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L'oppio in Afghanistan

da : http://www.asianews.it/view.php?l=it&art=2798

Le cifre dell’oppio in Afghanistan (Scheda)   17 Marzo 2005

Secondo l’ultimo Rapporto del dipartimento di Stato americano sulle droghe nel mondo, la situazione dell’Afghanistan “rappresenta un’enorme minaccia alla stabilità mondiale”. L’Afghanistan è il più grande produttore di oppio al mondo. Dall’invasione sovietica nel 1979, i narcotici rappresentano il settore chiave dell’economia nazionale, che dipende per il 40-60% dal commercio di oppio. I proventi di questo traffico aiutano a finanziare i gruppi talebani e terroristi, tanto che c'è il timore che il Paese possa degenerare in un narco-Stato.

Il Paese ha le condizioni climatiche ideali per la coltivazione del papavero da oppio, da cui si ricavano l’eroina e la morfina. Dal 2003 al 2004 il terreno adibito alla coltivazione da papavero è triplicato arrivando fino a 511.500 acri. Nel 2001 erano appena 19.800 acri.

Circa l’80% dell’eroina sul mercato mondiale proviene dall’Afghanistan. Il commercio di oppio rappresenta più del 60% del Prodotto interno lordo (Pil) del Paese.

Secondo il Rapporto statunitense la produzione di oppio in Afghanistan ammonta a 5.445 tonnellate, 17 volte di più del secondo produttore mondiale, il Myanmar.

Il 90% dell’eroina lavorata in Afghanistan (29-30 tonnellate) prende la via della cosiddetta “rotta del nord”, che include Tajikistan, Uzbekistan, Kazakhstan, Turkmenistan, Russia e Europa.

Quest’anno la Gran Bretagna ha stanziato il doppio dei fondi, rispetto al 2004, per la campagna contro l’oppio in Afghanistan: 100 milioni di dollari. Gli Usa sono disposti a stanziare 780 milioni dollari per lo stesso fine.

Per essere efficace la lotta all’oppio in Afghanistan ha bisogno di: maggiore sicurezza nel Paese, Stato di diritto e valide alternative economiche alle coltivazioni illegali. Ai circa 2,3 milioni di contadini che lo coltivano, l’oppio garantisce guadagni 10 volte superiori alle tradizionali coltivazioni di cereali.


Warnews

 

21/06/03 - 19:48:05 da Redazione

L'Afghanistan torna ad essere il "re dell'oppio"

Altra questione che i governi occidentali, al di là degli impegni di principio e delle belle parole, sembrano considerare marginale, è la lotta alla coltivazione del papavero da oppio. Una recente inchiesta della BBC ha messo in luce come l'Afghanistan sia tornato ad esserne di gran lunga il maggiore produttore mondiale. Tutto questo nonostante gli sforzi, e soprattutto le risorse, profusi in questa campagna.

A detta di molti osservatori, i soldi destinati ai coltivatori di oppio, a titolo di risarcimento ed incentivo all'impianto di nuove colture, sono stati distribuiti ai vari signori e signorotti, con l'incarico di 'redistribuire' detti fondi agli agricoltori che si fossero impegnati in tal senso. Molto spesso, invece, i soldi sono stati trattenuti dai ras locali, ad uso proprio e del proprio clan.  

Anche in questo caso, purtroppo, non sembra vi sia una reale volontà di limitare, o quanto meno di invertire una tendenza che vede la superficie agricola destinata alla coltivazione del papavero da oppio in costante crescita.

Ma in Afghanistan, i problemi legati all'oppio, non si fermano a questo. L'oppio è ancora l'unica fonte di reddito degna di nota per moltissimi contadini poveri delle campagne afghane e rimane la vera spina dorsale della disastrata economia locale. Ma un altro grosso problema è il fatto che il numero dei consumatori di eroina è tale da rappresentare una vera e propria emergenza sociale. Lo stesso presidente Karzai, ha affermato che il recupero di queste persone - c'è chi dice che siano addirittura tra i 3 e i 4 milioni - sarà la vera sfida che il governo ad interim dovrà affrontare nel prossimo futuro.

La speranza è che i governi e le istituzioni internazionali presenti in Afghanistan, comincino al più presto ad operare concretamente in tal senso anche se oramai, intorno all'Afghanistan si sono spenti i riflettori. C'è sempre meno disponibilità a dare seguito ad impegni presi e promesse solenni, sanciti quando l'Afghanistan era al centro dell'attenzione delle opinioni pubbliche di gran parte dei Paesi del mondo.

L'accordo sui profughi

Un segnale in controtendenza è l'importante accordo siglato tra Afghanistan, Iran e ONU per il rientro del milione di profughi afghani presenti in territorio iraniano. L'accordo a tre, infatti, stabilisce modalità e tempi del ritorno dei profughi nei loro luoghi di origine. Si tratta di un piccolo passo e, per ora, solo di un accordo in attesa di attuazione.
Tra i tanti problemi che continuano ad affliggere questo martoriato paese, l'accordo sui profughi è  solo di un timido segnale di speranza. Ma, nell'Afghanistan di oggi, la speranza e' gia' di per se' un fatto eccezionale.


F.Cintolesi


Enduring oppio 

25  marzo  2003 

L'unica cosa che sembra andare a gonfie vele in Afghanistan è il traffico della materia prima per la produzione dell'eroina, mai così fiorente dagli anni Novanta. L'Onu lancia l'allarme

La vera trionfatrice dell'operazione Enduring Freedom? Sembra essere l'eroina. Il 2002 è stata una gran annata per i coltivatori di oppio afgani: dalle 185 tonnellate raccolte nel 2001 la produzione è schizzata a 2.700 tonnellate. Un bel salto del 1.400 %. E le previsioni per il raccolto del 2003 non sono certo incoraggianti. La campagna militare che ha stanato i talebani dalle grotte, nulla ha potuto contro le sterminate piantagioni di papaveri a cielo aperto. E a sbugiardare la vetusta regola della domanda e dell'offerta, pare che il ritorno dell'Afghanistan nella partita dei produttori dopo un periodo di mercato in crisi, abbia fatto lievitare i prezzi dell'oppio fino ai 350 dollari al chilo. Il ritorno, sì, perché nel luglio del 2000 il mullah Omar vietò le coltivazioni di papavero da oppio e per convincere i contadini, usò delle argomentazioni molto convincenti fatte di incendi e mutilazioni. Risultato: la produzione crollò, tanto che tra il 2000 e il 2001 i satelliti spia non scovavano quasi più un campo di papaveri, con grande stupore e soddisfazione del Programma delle Nazioni Unite per il Controllo delle Droghe che, sotto la direzione dell'italiano Pino Arlacchi, aveva offerto nel 1997 aiuti economici al regime dei talebani in cambio della sostituzione della coltivazione dell'oppio con quella di albicocche, mandorle, funghi e cipolle.

In realtà, sono in molti a pensare che il blocco della produzione decisa dal regime di
Kabul fosse stato deciso non tanto per accedere ai contributi dell'Onu, quanto per contrastare l'eccesso di produzione degli anni precedenti che aveva riempito i magazzini e provocato una diminuzione dei prezzi. Comunque sia, prima degli aiuti, arrivò l'11 settembre, e poi l'operazione Enduring Freedom. Oggi i talebani sono sconfitti, ma il prosperare del mercato dell'oppio minaccia di trasformare il sogno di libertà del dopo-regime in un incubo. E non soltanto per l'Afghanistan, dato che è da lì che proviene il 75% delle partite di eroina sul mercato mondiale. Il presidente afgano Hamid Karzai promette che il suo governo intensificherà gli sforzi per ripulire il Paese dalle piantagioni, la cui produzione «nutre il terrorismo» e «distrugge l'economia e l'agricoltura». L'Onu concorda: nel rapporto annuale del Comitato internazionale per il controllo degli stupefacenti si legge che il traffico delle droghe illegali non fa arricchire chi le coltiva (al contadino va solo l'1% dei profitti) ma solo chi le smercia. «Gli Stati Uniti hanno tardato a contrastare la coltivazione e la produzione di stupefacenti - ha dichiarato Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il crimine, presentando alla fine di febbraio i risultati dello studio sulle dimensioni e l'impatto dell'economia dell'oppio in Afganistan -. Una politica in parte deliberata, volta a evitare la diffusione della droga fra i loro soldati, dopo la massiccia penetrazione di droghe nell'esercito durante la guerra del Vietnam». «Gli Usa cercano qualcuno, non qualcosa - concludeva Costa - e solo negli ultimi tre mesi hanno iniziato a distruggere alcune raffinerie, ma non coltivazioni».

Una storia sfortunata, quella della lotta alla produzione di oppio in Afghanistan. Proprio quando si cominciava a parlare di stabilizzazione… Solo dieci giorni fa il commissario alle relazioni esterne dell'Ue, Chris Patten, annunciava la concessione di un
nuovo finanziamento per 400 milioni di euro a favore di Kabul per sostenere lo sviluppo rurale e sradicare la coltivazione del papavero. Il 17 marzo il capo-delegazione della missione Usa, Alan Parson, annunciava che gli Stati Uniti avevano stanziato 820 milioni di dollari per sovvenzionare la ricostruzione in Afghanistan nel 2003. Tra le priorità d'intervento, la necessità di «offrire valide forme alternative di sviluppo agricolo». Il 20 marzo, il mondo si è voltato per guardare da un'altra parte. La guerra in Iraq e le ipotesi sul dopo-Saddam sollevano nubi pesanti sul futuro sociale ed economico dell'Afghanistan. Il pericolo è che Bagdad rubi la scena a Kabul, trainando una buona fetta dei fondi erogati dalle istituzioni internazionali.

Elena Cipriani

 

                

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