sito deberlusconizzato

 

 

PORTALE


 

BANANAS

 

 

Mandato di cottura

Circa Adornato

Polvere di stalle

Fattore Mangano

Presunzione di innocenza

Scene da un patrimonio

Chi tocca i fili ....

Pecorelli

Storici a 6 zampe

Partito dei giudici

L'11 sett. dell'Italia

Flores d'Arcais

Filosofi e ragionieri

Odino Knaus

Mozzarelle

Liberali alle vongole

Furio Colombo

Nelle mani dei giudici
Codice da perdi

Il kaimano e le mozzaralle

Il silenzio è d'oro

 

 

 

 

 

VIVA ZAPATERO

 

 

 

 

IL BERLUSCONISMO

Zù Silvio

 

 

 

global

 

Mmericani

 

Perchè una guerra

download

 

BUSH

 

L'attentato

 

 

CIA

 

droga

 

Le grandi porcate

 

 

la memoria

 


PORTALE


 

 

 

06/11/2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bananas

 

"Legalizzare la mafia sarà la regola del 2000"

 

Visita il sito : Marco Travaglio

 

 

 

 

 

 

Mandato di cottura
Quel che colpisce nei garantisti forcaioli della casa della Libertà provvisoria è la coerenza.Quando dicono una cosa, affermano un principio,fissano un punto fermo, poi non si smuovono più. Cascasse il mondo. L’altro giorno, per esempio, Berlusconi e Fini hanno brindato con i cardinali in Vaticano al no della Camera sul divorzio veloce: Berlusconi è divorziato, Fini ha sposato una divorziata. Ma molto lentamente.
Prendiamo la questione del cosiddetto mandato di cattura europeo (nient’altro che uno sveltimento delle procedure di estradizione per gli arrestati fra un paese e l’altro dell’Unione).
Il 6 dicembre 2001 l’intera Europa lo approva senza batter ciglio, trovando del tutto naturale che alla libera circolazione dei ladri corrisponda un’altrettanto libera circolazione delle guardie. Il governo italiano no: trova la cosa troppo antigarantista e vota contro, da solo, bloccandone l’approvazione. Curiosamente, le riserve delle nostre verginelle violate non riguardano l’istituto in sé: ma solo la sua applicazione a 5 dei 32 reati previsti dalla norma. Per gli altri 27, nessun problema.
Indovinate quali sono quei cinque? Proprio quelli: corruzione, frode, riciclaggio, evasione fiscale, falso in bilancio. In pratica, i nostri cosiddetti rappresentanti vanno in Europa, si fanno dare la lista, e spuntano voce per voce: questo sì, questo no, questo sì, questo no, consultando il menu giudiziario del Cavaliere e dei suoi cari. Il Newsweek va subito a pensar male e titola: “L’Italia è contro perché Berlusconi teme di essere arrestato in Spagna da Garzon”. I vignettisti si scatenano. Giannelli ritrae il Cavaliere che pranza in un ristorante internazionale e, appena il maitre chiama il cameriere (“Garçon!”), scambia il francese per lo spagnolo e scappa a gambe levate. Ma guai a insinuare qualche interesse privato, in quella nobile scelta di civiltà. “Il mandato di cattura mette a repentaglio le libertà individuali”, spiega il Cavalier Beccaria.
“Non posso mica svendere il popolo italiano e il popolo padano”, chiosa l’ingegner ministro Castelli, per la disperazione delle interpreti di Bruxelles. L’alto parere di Umberto Bossi,subito ripreso dalle riviste più prestigiose, chiude la questione: “Mi dicono che il prodotto tipico del Belgio sia la pedofilia”. L’11 dicembre 2001, al vertice di Laeken, Berlusconi ottiene un compromesso: una proroga di due anni, in attesa che “il Parlamento italiano modifichi la Costituzione e l’ordinamento giudiziario per renderli compatibili con quelli degli altri paesi”. E annuncia la separazione delle carriere, la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale e dell’indipendenza delle Procure dalla politica perché “è l’Europa a imporci queste modifiche”. Strano, perché in Europa, di questa presunta imposizione, nessuno sa nulla. Anzi, nell’accordo di Laeken fra Berlusconi e il collega belga Verhofstadt, si legge proprio il contrario: “Per dare esecuzione alla decisione quadro sul mandato di cattura europeo, il governo italiano dovrà avviare le procedure di diritto interno per rendere la decisione compatibile con i principi supremi dell’ordinamento costituzionale e per avvicinare il suo sistema giudiziario ed ordinamentale ai modelli europei, nel rispetto dei principi costituzionali”. Dunque, modificando eventualmente le leggi ordinarie, ma senza toccare la Costituzione. La cosa finisce sepolta nei cassetti e non se ne riparla più fino all’altro giorno, quando il solito Shultz chiede lumi sulle promesse dell’Italia. Berlusconi garantisce, Fini pure, ma Bossi e Castelli no. E l’avv. prof. on. pres. ind. Gaetano Pecorella, che in teoria sarebbe il relatore della legge per l’adesione dell’Italia al mandato di cattura europeo, esprime forti perplessità, sostenendo che “potrebbe essere necessario cambiare la Costituzione”, ragion per cui “abbiamo interpellato la commissione Affari costituzionali”. Dopo due anni di letargo,anzi di leggi-vergogna, ora questi cadono dal pero, si svegliano e pongono la questione costituzionale. Così magari si rinvia di altri due anni. E sono disposti a tutto, anche a perdere la faccia o quel che ne resta. Da anni ci raccontavano che l’Italia era uno Stato di polizia, impermeabile al garantismo e alla giustizia giusta. Dopodichè, appena s’è cominciato a parlare del mandato di cattura europeo,contrordine: noi siamo il Paradiso delle Garanzie e gli altri paesi (alleati nella celebre Forcolandia) vorrebbero imporci di abbandonarle.
A questo punto, dopo una nuova, aspra colluttazione con la logica aristotelica ma anche con la decenza, secondo dietrofront:dobbiamo adeguare la nostra Costituzione per allinearla con quella dei partner (i quali, fra l’altro, non ce l’hanno mai chiesto e cadono dalle nuvole). Restano da capire tre cose.

1) Perché, se il resto d’Europa è Forcolandia,dovremmo essere noi ad adeguarci e non viceversa?

2) Perché gli adeguamenti voluti dalla Cdl con la scusa dell’Europa – separazione delle carriere e altre porcherie - ci vengono gabellati per capolavori di garantismo, tanto che rientrano nel programma elettorale di Forza Italia, se è vero che a imporceli è Forcolandia?

 3) Ma chi credono di prendere in giro?



 

BANANAS  4/10/03

 

Sostiene Massimo  Teodori sul Giornale che «sono in circolazione persone . e giornali che si eccitano solo a sentire parlare di "Pidue"». Deve essere un irrefrenabile piacere onanistico quello provocato dall'evocazione della famosa Loggia, del suo fu Gran maestro Gelli e dei suoi accoliti, il cui appellativo "piduista" viene ormai utilizzato come il più losco insulto che sì possa rivolgere a un nemico. Per questi cultori del piacere solitario, P2, «piduismo e piduista» sono arnesi al servizio dell'«insulto» e della «ottusità dell'ideologismo». Tutto nasce dall'intervista di Concita De Gregorio a Gelli, in cui il Venerabile rivendica giustamente i tanti successi mietuti, sia pure tardivi, dal sub grandioso Piano di Rinascita Democratica. Teodori non ha gradito. E, burbanzoso com'è, si è messo a strillare: «Onanisti!»

Ora, per carità, può capitare a tutti di non avere di sé una grande opinione. Ma Teodori va oltre: si disprezza proprio. Si tratta infatti dello stesso Massimo Teodori che, in una vita precedente, quando era radicale e membro della commissione parlamentare d'inchiesta sulla Loggia P2, firmò un'infuocata relazione di minoranza. E fu protagonista di memorabili attacchi ai piduisti veri e anche a quelli presunti. Un onanista ante litteram, insomma, direbbe lui oggi. Nel 1983 fece fuoco e fiamme contro un tizio della sinistra Dc, tale Beppe Pisanu, all'epoca sottosegretario al Tesoro. Era piduista Pisanu? No. Ma era amico di piduisti, come Roberto Calvi e Silvio Berlusconi, e di amici dei piduisti, co­me Flavio Carboni. Alla fine dovette dimettersi.

Tutto comincia nell'estate dell'80, quando Silvio e Flavio brigano per regalare a Porto Rotondo una bella colata di cemento (progetto «Olbia 2»). Carboni ospita Pisanu e Berlusconi sulla sua barca, la «Punto Rosso». L'estate seguente Pisanu fa un'altra conquista: veleggia, sempre sulla barca di Carboni in Costa Smeraldo, ma stavolta a bordo c'è pure il bancarottiere Calvi, fresco di condanna, in libertà provvisoria. Memorabile la testi­monianza di Pisanu davanti al pm Pierluigi Dell'Osso, che indaga sul crac dell'Ambrosiano, l'11 settembre 1982 (mentre Carboni è in carcere a Lugano, coinvolto nelle indagini sulla fuga e la morte di Calvi). «Carboni ‑spiega Pisani ‑ era un interlocutore valido per le forze politiche richiamantisi alla ispirazione cattolica». Ecco di che discuteva il terzetto: non d'affari, di teologia. «Carboni ‑prosegue Pisani davanti al giudice ‑ mi disse che il Berlusconi aveva interesse a espandere Canale 5 in Sardegna... Il Carboni mi disse di essere in affari col signor Berlusconi anche con riguardo a un grosso progetto edilizio di tipo turistico denominato "Olbia 2". Fin dall'inizio ritenni di seguire gli sviluppi delle varie attività di Carboni, trattandosi di un

ardo che intendeva operare in Sardegna». Il pio sodalizio Carboni‑Pisanu si estende poi all'affaire Ambrosiano. Il sottosegretario al tesoro, scortato da Carboni, incontra Calvi ben quattro volte. Poi, l'8 giugno '82, risponde alla Camera alle allarmate interrogazioni delle opposizioni sul colossale buco dell'Ambrosiano. Niente paura ‑ rassicura Pisanu, agate economista ‑ è tutto sotto controllo. Le indagini esperite all'estero sull'Ambrosiano non hanno dato alcun esito». Nessun allarme. Due giorni dopo, il 10 giugno, Calvi fugge dall'Italia, per finire come sappiamo. Il 7, nove giorni dopo il «nutro fiducia» di Pisanu, il governo dichiara insolvente l'Ambrosiano, che scioglie i propri organi societari. Migliaia di risparmiatori sul lastrico. Poi la bancarotta. Racconterà Angelo Rizzoli alla Commissione P2: «Calvi disse a me e a Tassan Din che il discorso dell'on. Pisanu in Parlamento l'aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni». Accusa peraltro mai dimostrata, anche se il portaborse di Calvi, Emilio Pellicani, dirà all'Espresso che Calvi aveva stanziato ‑ per "comprare" il proprio salvataggio ‑ 100 miliardi, dei quali «poche decine di milioni» sarebbero finiti a Pisani «tramite Carboni». Teodori si scatena: «Alcuni fatti sono incontrovertibili: i rapporti strettissimi e continuativi tra Pisanu e Carboni; i rapporti di Pisanu con Calvi tramite Carboni; i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni per la sistemazione del Corriere della Sera; i rapporti di Pisani con Calvi e Carboni quando, sottosegretario al Tesoro, il ministero prendeva importanti decisioni sull'Ambrosiano; il sottosegretario rispose per due volte alla Camera sulla questione Ambrosiano». Il 19 gennaio '83 aggiunge: " Il sottosegretario Pisanu si deve dimettere: se c'è ancora un minimo di moralità, è inconcepibile che l'on. Pisanu resti al governo". «Non mi dimetterò su richiesta di Teodori», schiuma Pisanu. Poi però cambia idea, o gliela fanno cambiare: due giorni dopo, il 21 gennaio, lascia il governo. Ma il burbero Teodori non si placa e denuncia «l'arroganza socialista e democristiana che vuole affossare la commissione d'inchiesta e pretende una condizione di speciale intoccabilità per tutti i politici, da Pisanu a Piccoli ad Andreotti». Pisanu viene ascoltato una seconda volta dalla commissione Anselmi, e lì ‑ pur rivendicando l'assoluta correttezza e «trasparenza» dei suoi rapporti con Carboni e Calvi ‑ ammette di avere un po' «sottovalutato» (testuale) la delicatezza di certe frequentazioni. Va in quarantena per qualche anno. Tornerà in auge grazie al cavalier Pidue, nel '94, insieme a tanti vecchi amici. Compreso Massimo Teodori, che oggi impietosamente, si dà dell'onanista. Chissà se si sono riconosciuti.

 

 

 

Visita il sito : Marco Travaglio

 

                

home|contatti|curiosità |cerca nel sito| chi siamo | archivio

Il sito non è protetto da copyright (is copyleft), tutto il materiale è disponibile per chiunque ne avesse interesse, si prega solo di citarne la fonte. G.G

 

 

dal 31/8/06: